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Museo del Risorgimento e della Resistenza
 

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“Mia cara moglie…Carissimo marito…” Lettere dal carcere e dall’esilio di antifascisti e partigiani ferraresi censurate e sequestrate dalle autorità

Dal 21 aprile al 20 maggio 2018
Museo del Risorgimento e della Resistenza
Corso Ercole I d'Este, 19 Ferrara

Mostra storico-documentaria a cura di Delfina Tromboni con la collaborazione di Dante Giordano. Con un contributo di Antonella Guarnieri.

Inaugurazione della mostra sabato 21 aprile 2018 alle ore 11 presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza.
Presenzieranno Delfina Tromboni ed Antonella Guarnieri

La mostra è gratuita ed è visitabile:
dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00 nella sala mostre del Museo.
 
Info: biglietteriamrr@comune.fe.it 
Tel 0532-244940

 
 
Tutti i governi si sono avvalsi della censura della corrispondenza, in particolare nei periodi di guerra tra gli stati o di moti insurrezionali ed insorgenze interne.
C’è però una censura, che attiene in particolare alla corrispondenza dei detenuti (in carcere, in manicomio, al confino), che si presta, a seconda dei periodi storici e della natura del governo, a strumentalizzazioni particolari. Per esempio, anche dopo che il diritto internazionale aveva tentato una regolamentazione della questione , dichiarando legittima la censura sulla corrispondenza soltanto durante  i conflitti armati, in Italia, e nella fattispecie durante il fascismo, essa venne applicata massicciamente e si avvalse di ogni espediente – dall’utilizzo della polizia postale a questo fine al sequestro delle lettere ritenute pericolose per lo spirito pubblico – per esercitare un forzoso controllo sugli orientamenti politici degli italiani anche in tempo di pace.
La censura uscì insomma dalle carceri e si estese a tutta la popolazione, laddove focolai di “sovversivismo” facevano temere il peggio all’autorità costituita.
Ci sono quindi due livelli di censura: quella interna agli istituti di detenzione, che sottopone ad occhiuta ”vigilanza” la posta in entrata ed in uscita e quella che coinvolge chiunque sul territorio sia sospettato di sentimenti contrari al regime.
Questo ha fatto si  che nei fascicoli personali dei detenuti e dei confinati politici, non meno che dei partigiani colti in clandestinità o processati nel lungo dopoguerra post fascista,  siano rimaste conservate - così giungendo fino a noi -lettere, cartoline, fotografie, mai giunte ai destinatari, cioè alle famiglie, agli amici, agli amori e qualche volta ad altri detenuti o ad altri antifascisti.
E’ questa la corrispondenza che abbiamo scelto di esporre in questa mostra. Prodotta da antifascisti, partigiani, ex partigiani e dai loro famigliari ed amici, essa testimonia di una pratica crudele e vessatoria che ha attraversato l’Italia fascista e post fascista, ledendo una delle principali libertà individuali di uomini e donne ovunque collocati.
Pochi sono gli esempi qui esposti. Una piccola testimonianza che speriamo di ampliare in altre sedi, in altre pubblicazioni. Appena sufficiente a restituire la pena, il dolore, l’ingiustizia, subìti da tanti e tante.
Ma anche una piccola restituzione, una piccola  riparazione, offerta da noi che siamo cresciute nella libertà ai discendenti di quanti l’hanno resa possibile, pagando un prezzo altissimo.
Un piccolo cammeo, all’interno della ricerca ampia e in divenire di Delfina Tromboni, viene dedicato a Umberto Fogagnolo, antifascista e partigiano azionista ferrarese, che si trovò a rivestire un ruolo politico centrale all’interno della organizzazione antifascista milanese e che fu tra gli organizzatori degli scioperi alla Marelli nel 1943 e 1944.
La sua breve, ma intensa, vita ebbe fine a piazzale Loreto a Milano il 10 agosto del 1944. Si tratta di un episodio che, a differenza della esposizione dei cadaveri di Mussolini e dei gerarchi, avvenuta in quei paraggi il 29 aprile del 1949, è poco noto.
La scarsa memoria della tragedia vissuta da Milano in quell’assolato agosto, quando i cadaveri dei 15 tra partigiani ed antifascisti vennero lasciati per ore sulla strada, sotto il sole, ricoperti dalle mosche, sorvegliati dai brigatisti neri fascisti, a monito di un’intera popolazione, contrapposta al tam tam mediatico, soprattutto televisivo, che propaganda con grande forza ed evidente scelta di campo, le immagini della esposizione dei cadaveri di Mussolini e gerarchi, rappresenta un evidente esempio della falsità, spesso affermata dai revisionisti, che la storia la scrivono i vincitori.
 E’ sembrato giusto in un’epoca di forte disinformazione e di manipolazione dei valori antifascisti e resistenziali, raccontare, per inserirvi quella di Umberto, autore per altro di bellissime lettere dal carcere alla moglie Fernanda Bagnoli anch’essa in seguito staffetta, la storia di quel drammatico ed epocale eccidio.


 
 



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